La cicerchia (Lathyrus sativus) è una leguminosa da granella tra le più antiche e resilienti del bacino mediterraneo, oggi riscoperta per la sua straordinaria rusticità e per l’elevato valore proteico dei semi. Coltivare la cicerchia significa scegliere una specie capace di produrre anche su terreni poveri e in condizioni di siccità dove altri legumi falliscono, purché si rispettino la giusta epoca di semina, un ammollo prolungato dei semi prima del consumo e una gestione agronomica attenta alla difesa e alla raccolta.
Appartenente alla famiglia delle Fabaceae, la cicerchia è una pianta erbacea annuale a portamento rampicante-prostrato, con fusti alati, foglie composte terminanti in viticci e fiori solitari che vanno dal bianco all’azzurro-violetto. Il suo apparato radicale, in simbiosi con i rizobi azotofissatori, arricchisce il suolo di azoto e la rende una coltura miglioratrice ideale nelle rotazioni con i cereali. In Italia è legata a produzioni tipiche di aree interne dell’Appennino centro-meridionale, di Puglia, Basilicata e Molise, dove rappresenta un presidio di biodiversità agraria.
In questa guida agronomica vediamo come impostare la coltivazione della cicerchia dal terreno alla raccolta: scelta della parcella, epoca e densità di semina, gestione dell’acqua e della nutrizione, difesa dalle principali avversità, resa attesa e, aspetto non secondario, le corrette pratiche di ammollo e cottura per gestire il rischio di latirismo legato agli amminoacidi neurotossici (ODAP) contenuti nel seme.
Cos’è la cicerchia: botanica e caratteristiche della pianta
La cicerchia è una leguminosa annuale autogama a ciclo primaverile o autunno-primaverile secondo l’ambiente. La pianta sviluppa fusti quadrangolari e alati lunghi da 40 a 100 cm, con habitus semi-rampicante che le consente di appoggiarsi al proprio intreccio di viticci. Le foglie sono paripennate con una o due paia di foglioline lanceolate; i fiori, tipici delle Fabaceae, danno origine a baccelli appiattiti e alati contenenti da due a cinque semi.
Il seme della cicerchia è angoloso, cuneiforme, di colore variabile dal bianco-crema al grigio-marmorizzato: è proprio questa forma irregolare a distinguerlo dal cece e dalla lenticchia. Dal punto di vista fisiologico la specie è nota per la resistenza alla siccità e per la capacità di fissare azoto atmosferico attraverso i noduli radicali colonizzati da Rhizobium leguminosarum, un tratto che la rende preziosa nei sistemi cerealicoli a basso input.
Clima e terreno ideali per coltivare la cicerchia
La cicerchia è tra i legumi più adattabili. Predilige climi temperato-caldi ma tollera bene sia le gelate leggere durante le prime fasi sia i periodi siccitosi estivi, grazie all’apparato radicale profondo. Le temperature ottimali per la crescita si collocano tra i 15 e i 25 °C, mentre la germinazione avviene già a 5-8 °C.
Quanto al suolo, questa leguminosa vegeta su terreni difficili: argillosi, calcarei, poveri di sostanza organica e persino leggermente salini. Preferisce comunque suoli di medio impasto, ben drenati e con pH compreso tra 6 e 8. I ristagni idrici sono l’unico fattore realmente limitante, perché favoriscono i marciumi radicali. Nelle rotazioni la cicerchia si colloca ottimamente prima di un cereale, al quale lascia in eredità azoto e una migliore struttura del terreno.
Come coltivare la cicerchia: semina passo dopo passo
La coltivazione della cicerchia parte da una buona preparazione del letto di semina: un’aratura o una lavorazione a media profondità seguita da un affinamento superficiale garantisce l’emergenza uniforme. Nelle aree meridionali si predilige la semina autunnale (ottobre-novembre) per sfruttare le piogge invernali; negli areali più freddi si sposta a fine inverno-inizio primavera (febbraio-marzo).
La semina si effettua a file distanti 30-40 cm, interrando il seme a 3-5 cm di profondità, con una densità indicativa di 60-80 kg/ettaro secondo la pezzatura. Nell’orto familiare si può seminare in postarelle a piccoli gruppi di semi. Trattandosi di una leguminosa azotofissatrice, non necessita di concimazioni azotate: un eccesso di azoto, anzi, favorisce lo sviluppo vegetativo a scapito della fioritura e della fruttificazione.
Irrigazione, controllo delle infestanti e nutrizione
La cicerchia è una coltura a bassa esigenza idrica: nella maggior parte degli areali italiani si conduce in asciutto, affidandosi alle riserve del terreno. Un’irrigazione di soccorso può risultare utile solo in caso di siccità prolungata durante la fioritura e l’allegagione, fasi in cui lo stress idrico riduce sensibilmente la resa. Va invece evitata ogni irrigazione abbondante, che innesca marciumi e sviluppo eccessivo di massa verde.
Sul fronte nutrizionale, oltre all’azoto autoprodotto, la pianta beneficia di una buona dotazione di fosforo e potassio, elementi che sostengono la radicazione, la fioritura e il riempimento dei semi. Su terreni poveri è opportuna una concimazione di fondo fosfo-potassica; il potassio, in particolare, migliora la resistenza allo stress idrico e la qualità della granella. Il controllo delle infestanti è cruciale nelle prime fasi, quando la coltura cresce lentamente: una o due sarchiature, o l’uso di una falsa semina, mantengono pulita la parcella fino alla chiusura delle file.
Avversità e difesa della cicerchia
Rispetto ad altri legumi, la cicerchia è considerata rustica e poco soggetta ad attacchi gravi, ma non è immune. Tra i parassiti animali si segnalano gli afidi, che colonizzano gli apici vegetativi e possono trasmettere virosi, e i tonchi (bruchi dei semi) del genere Bruchus, che danneggiano la granella in campo e in magazzino. Le lumache e le limacce possono intaccare le piantine appena emerse nelle stagioni umide.
Sul versante fitopatologico i rischi maggiori derivano da funghi favoriti dall’umidità: marciumi radicali (Fusarium, Rhizoctonia), oidio e ruggini nelle annate piovose. La difesa è prima di tutto agronomica: rotazioni ampie, semine non troppo fitte, drenaggio del suolo e impiego di seme sano. Nelle produzioni biologiche trovano spazio prodotti a base di rame secondo etichetta e mezzi fisici come la terra di diatomee contro i parassiti delle derrate stoccate. Ogni trattamento va scelto in base ai disciplinari regionali e alle indicazioni riportate in etichetta.
Raccolta, resa e conservazione dei semi
La cicerchia giunge a maturazione tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, quando i baccelli assumono colore bruno e i semi induriscono. La raccolta si effettua per sfalcio o, nelle superfici maggiori, con mietitrebbia regolata a bassa velocità per limitare le rotture. Poiché la maturazione è scalare, conviene intervenire quando la maggior parte dei baccelli è secca, evitando eccessive perdite per deiscenza.
Le rese variano ampiamente in funzione dell’ambiente e dell’annata: nelle condizioni tipiche degli areali collinari italiani ci si attesta su valori indicativi e non garantiti, fortemente dipendenti da piovosità e fertilità. Dopo la trebbiatura i semi vanno essiccati e conservati in ambienti asciutti e ventilati; contro i tonchi delle derrate è efficace la terra di diatomee o la conservazione a basse temperature.
Latirismo, ammollo e sicurezza alimentare
Un aspetto che rende la cicerchia diversa dagli altri legumi è la presenza nel seme di amminoacidi neurotossici, in particolare l’ODAP (acido beta-N-ossalil-amminoalanina), responsabile del latirismo, una patologia neurologica documentata storicamente in condizioni di consumo esclusivo e prolungato in periodi di carestia. Nell’alimentazione moderna, varia ed equilibrata, il rischio è trascurabile, ma è comunque buona norma ridurre il tenore di ODAP prima del consumo.
La pratica corretta prevede un ammollo prolungato dei semi per 12-24 ore, con cambi d’acqua, seguito da una cottura in acqua abbondante che viene poi eliminata: questi passaggi solubilizzano e allontanano buona parte dei composti idrosolubili. La ricerca agronomica, anche del CREA, ha inoltre selezionato ecotipi a basso contenuto di ODAP. Consumata con queste accortezze, la cicerchia è un alimento sano, ricco di proteine, fibre e amido a lento rilascio.
Usi e valore agronomico della cicerchia
Oltre all’impiego alimentare in zuppe, purè e farine, la cicerchia ha un notevole valore come coltura da rinnovo e da sovescio: la sua capacità azotofissatrice e la copertura del suolo la rendono utile per migliorare la fertilità nelle rotazioni cerealicole e negli avvicendamenti biologici. Come foraggio è apprezzata per il tenore proteico, sempre nel rispetto delle stesse cautele legate all’ODAP negli animali monogastrici.
Reintrodurre la cicerchia in azienda significa quindi diversificare, ridurre gli input azotati e valorizzare terreni marginali con un legume identitario e a basso impatto, in linea con gli obiettivi dell’agricoltura sostenibile e delle produzioni tipiche di qualità.
Domande frequenti sulla coltivazione della cicerchia
Quando si semina la cicerchia?
L’epoca di semina della cicerchia dipende dall’areale. Nelle regioni meridionali e nelle zone a inverno mite si predilige la semina autunnale, tra ottobre e novembre, così da sfruttare le piogge invernali e anticipare la produzione. Negli ambienti più freddi, dove le gelate intense possono danneggiare le piantine, si sposta a fine inverno-inizio primavera, tra febbraio e marzo. In entrambi i casi il seme germina già a temperature basse, intorno ai 5-8 °C, e la coltura completa il ciclo entro l’inizio dell’estate.
La cicerchia ha bisogno di concime azotato?
No, la cicerchia non necessita di concimazioni azotate perché, come tutte le leguminose, fissa l’azoto atmosferico grazie alla simbiosi con i rizobi presenti nei noduli radicali. Anzi, un eccesso di azoto stimola lo sviluppo vegetativo a discapito della fioritura e della resa in granella. Su terreni poveri risulta invece utile una concimazione di fondo a base di fosforo e potassio, elementi che favoriscono la radicazione, l’allegagione e il riempimento dei semi, oltre a migliorare la tolleranza allo stress idrico.
Perché la cicerchia va messa in ammollo prima di cucinarla?
La cicerchia contiene nel seme l’amminoacido neurotossico ODAP, associato storicamente al latirismo in caso di consumo esclusivo e prolungato. Un ammollo di 12-24 ore con cambi d’acqua, seguito da una cottura in abbondante acqua da eliminare, riduce sensibilmente il contenuto di questi composti idrosolubili. In un’alimentazione varia ed equilibrata il rischio è trascurabile, ma l’ammollo resta la buona pratica raccomandata, insieme alla scelta di ecotipi a basso ODAP selezionati dalla ricerca agronomica.
Che differenza c’è tra cicerchia, cece e lenticchia?
Pur appartenendo tutte alle Fabaceae, si tratta di specie diverse. La cicerchia (Lathyrus sativus) ha semi angolosi e cuneiformi, spesso marmorizzati, ed è la più rustica e resistente alla siccità. Il cece (Cicer arietinum) ha seme tondeggiante con il tipico rostro, mentre la lenticchia (Lens culinaris) presenta semi lenticolari appiattiti. La cicerchia si distingue anche per la presenza di ODAP, assente negli altri due, e per la capacità di produrre su terreni particolarmente poveri.
Quanto rende la cicerchia per ettaro?
La resa della cicerchia è molto variabile e dipende da ambiente, fertilità del suolo, andamento delle piogge e tecnica colturale. Negli areali collinari e interni italiani, dove è tradizionalmente coltivata in asciutto, si tratta di produzioni contenute ma stabili anche in annate difficili, proprio grazie alla rusticità della specie. Trattandosi di valori fortemente influenzati dalle condizioni locali, è più corretto ragionare in termini di affidabilità produttiva su terreni marginali che di rese elevate assolute.
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