Il solfato di rame e l’ossicloruro di rame sono due sali di rame usati da oltre un secolo nella difesa delle colture, ma non sono affatto intercambiabili. La differenza sostanziale è la solubilità: il solfato di rame si scioglie completamente in acqua e libera subito ioni rame, mentre l’ossicloruro di rame è praticamente insolubile e rilascia il rame in modo lento e graduale sulla superficie della pianta. Da questa singola proprietà discendono tutte le altre differenze pratiche, dalla persistenza al rischio di fitotossicità.
Chi confonde i due prodotti finisce quasi sempre per commettere uno di due errori: usare il solfato di rame tal quale sulla vegetazione, provocando ustioni, oppure aspettarsi dall’ossicloruro un’azione immediata che quel formulato non può dare. Entrambi gli sbagli si evitano capendo come il rame agisce.
Questa guida mette a confronto i principali formulati rameici in commercio, spiega perché il rame funziona come anticrittogamico, chiarisce quando conviene l’uno e quando l’altro e riassume i vincoli di legge che oggi limitano l’impiego del rame in agricoltura, compreso il regime biologico.
Perché il rame funziona come anticrittogamico
Il rame agisce come fungicida e battericida di copertura attraverso lo ione rame, il catione Cu2+. Questo ione, una volta a contatto con le cellule del patogeno, denatura le proteine e blocca numerosi sistemi enzimatici legandosi ai gruppi sulfidrilici. Il meccanismo è quindi multisito: colpisce contemporaneamente molti bersagli metabolici del fungo o del batterio.
Questa caratteristica ha una conseguenza importante. Poiché non esiste un unico sito d’azione che il patogeno possa modificare con una mutazione, il rame non genera fenomeni di resistenza specifica come accade con i fungicidi a sito singolo. È il motivo per cui, dopo oltre centoquarant’anni di impiego, resta efficace e viene inserito nelle strategie antiresistenza come partner di alternanza, in accordo con le classificazioni FRAC.
C’è però un limite altrettanto importante da tenere presente. Il rame non penetra nei tessuti vegetali e non ha alcuna azione curativa: resta sulla superficie e agisce solo sulle spore che vi si depositano, prima che germinino e penetrino. Un trattamento rameico eseguito quando i sintomi sono già visibili non fa praticamente nulla contro le infezioni in corso. Il rame va sempre applicato prima dell’evento infettante.
Perché lo ione rame venga liberato serve inoltre umidità. È la rugiada, la pioggia leggera o l’acqua di condensa a solubilizzare una piccola frazione del deposito rameico e a rendere disponibile il catione attivo. Questo spiega perché i formulati insolubili funzionino: si comportano come un serbatoio che cede rame poco per volta a ogni bagnatura.
Solfato di rame: che cos’è e come si comporta
Il solfato di rame pentaidrato ha formula CuSO4 con cinque molecole di acqua di cristallizzazione, e si presenta come cristalli di un caratteristico colore blu intenso. È il sale rameico più conosciuto, quello che tutti chiamano semplicemente vetriolo blu o pietra azzurra.
La sua proprietà distintiva è la solubilità elevata in acqua: si scioglie del tutto e forma una soluzione fortemente acida, in cui gli ioni rame sono immediatamente disponibili. Da qui derivano sia l’efficacia sia il rischio. Una soluzione di solfato di rame non neutralizzata è fitotossica: applicata sulla vegetazione in atto provoca bruciature fogliari, necrosi e cascola. Non si usa quindi da solo sulla chioma verde.
Gli impieghi corretti del solfato di rame sono altri. È il componente acido della poltiglia bordolese, dove viene neutralizzato con calce. Trova impiego nei trattamenti invernali su piante in riposo vegetativo, quando l’assenza di foglie riduce il rischio di ustione. Viene usato per la disinfezione di attrezzi da potatura e di superfici. In alcune situazioni si impiega per il controllo delle alghe in bacini e canali irrigui, sempre nel rispetto delle autorizzazioni previste. È inoltre la materia prima industriale da cui si ottengono gli altri formulati rameici e alcuni microelementi.
Va chiarito un equivoco frequente sulle denominazioni. Il solfato di rame non va confuso con il solfuro di rame, che è un composto diverso e non ha impiego come anticrittogamico, né con il solfito rameico o rameoso. Anche espressioni come perclorato rameico o fosfato rameico indicano sali di rame differenti, che nulla hanno a che vedere con i prodotti fitosanitari di uso agricolo.
Ossicloruro di rame: che cos’è e come si comporta
L’ossicloruro di rame è un sale basico di rame, di colore verde-azzurro, praticamente insolubile in acqua. Nei formulati commerciali si presenta come polvere bagnabile o sospensione concentrata: non si scioglie, si disperde, formando una sospensione che va mantenuta in agitazione durante la distribuzione.
Proprio perché insolubile, il rame ossicloruro non è fitotossico alle dosi d’impiego e può essere applicato sulla vegetazione in atto, entro i limiti previsti in etichetta. Distribuito sulla pianta forma una pellicola di microparticelle che aderiscono alla superficie e cedono ioni rame progressivamente, a ogni bagnatura. Ne risulta una protezione prolungata nel tempo, che è l’esatto opposto del comportamento del solfato.
Il rame contenuto varia con la formulazione: i prodotti in commercio dichiarano in etichetta il contenuto in rame metallo, ed è quello il dato su cui ragionare, non il peso del formulato. Due prodotti con lo stesso nome commerciale ma titoli diversi non danno la stessa dose di rame a parità di grammi impiegati.
Gli impieghi tipici riguardano la peronospora della vite e del pomodoro, l’occhio di pavone e la rogna dell’olivo, la bolla del pesco, la ticchiolatura del melo e del pero, i cancri rameali e le batteriosi delle drupacee e degli agrumi. Sull’argomento trovi approfondimenti nelle guide dedicate a quando trattare con ossicloruro di rame e a come si usa l’ossicloruro di rame.
Le differenze fra solfato di rame e ossicloruro in sintesi
Solubilità e disponibilità dello ione rame
Il solfato di rame è completamente solubile e libera tutto il rame subito. L’ossicloruro è insolubile e lo rilascia in modo lento e graduale. Questa è la differenza da cui discende tutto il resto.
Persistenza sulla vegetazione
Il deposito di ossicloruro resiste per giorni e continua a proteggere finché non viene dilavato in misura significativa. Una soluzione di solfato, viceversa, esaurisce rapidamente la sua azione e non lascia una riserva utile sulla superficie.
Fitotossicità
Il solfato di rame tal quale ustiona la vegetazione verde e non va mai usato in questo modo. L’ossicloruro è tollerato dalla vegetazione alle dosi di etichetta, con l’avvertenza che in fioritura, con temperature basse o su cultivar particolarmente sensibili possono comparire rugginosità e maculature sui frutti.
Reazione della soluzione
La soluzione di solfato è nettamente acida, quella di ossicloruro è sostanzialmente neutra o leggermente basica. È il motivo per cui il solfato, nella poltiglia bordolese, va neutralizzato con la calce prima di poter essere impiegato sulle foglie.
Modalità di preparazione
Il solfato richiede dissoluzione completa, preferibilmente in acqua tiepida e in un recipiente non metallico, perché aggredisce ferro e zinco. L’ossicloruro richiede invece una buona dispersione e un’agitazione costante nella botte, altrimenti sedimenta sul fondo e la distribuzione risulta disuniforme.
Gli altri formulati rameici a confronto
Il panorama dei prodotti rameici non si esaurisce con i due sali principali, e conoscere le alternative aiuta a scegliere.
La poltiglia bordolese si ottiene neutralizzando il solfato di rame con calce idrata: il risultato è un solfato basico di rame, insolubile, di colore azzurro. Ha ottima adesività e persistenza, cede il rame molto lentamente ed è per questo il formulato di elezione per i trattamenti autunnali e invernali e per le situazioni di forte pressione infettiva. Il residuo azzurro sulla vegetazione è però evidente, aspetto da valutare in prossimità della raccolta. Sui dosaggi e sulla preparazione trovi la guida su poltiglia bordolese e dosi e il confronto con l’ossicloruro nella scheda dedicata alla differenza fra ossicloruro e poltiglia bordolese.
L’idrossido di rame ha particelle molto fini e un’elevata superficie specifica, quindi cede il rame più rapidamente dell’ossicloruro pur restando insolubile. Ne deriva un’azione più pronta ma una persistenza inferiore e una maggiore sensibilità al dilavamento. È spesso preferito nei periodi in cui serve rapidità e su colture che richiedono minori residui visibili.
L’ossido rameoso, di colore rosso mattone, è il formulato con il titolo in rame metallo più elevato e una persistenza molto lunga. Si impiega tipicamente nei trattamenti di fine ciclo e alla caduta delle foglie.
Tutti i formulati disponibili in catalogo sono raccolti nella categoria prodotti a base di rame e, per la difesa, nelle sezioni fungicidi e fungicidi bio.
Quando scegliere il solfato di rame e quando l’ossicloruro
La scelta si fa in base al momento del ciclo e all’obiettivo dell’intervento.
Nei trattamenti a pianta spoglia, cioè alla caduta delle foglie in autunno e al risveglio prima della ripresa vegetativa, l’obiettivo è ridurre l’inoculo svernante nelle screpolature della corteccia e nelle cicatrici fogliari. Qui si preferiscono i formulati a lunga persistenza, poltiglia bordolese e ossido rameoso in primo luogo, e in questa fase anche il solfato trova impiego, perché l’assenza di vegetazione riduce il rischio di ustione.
Durante la stagione vegetativa, con foglie e frutti presenti, si usano esclusivamente i formulati insolubili tollerati dalla pianta: ossicloruro e idrossido, secondo etichetta. Il solfato tal quale in questa fase non va impiegato.
Se il periodo è piovoso e l’obiettivo è la copertura duratura, l’ossicloruro e la poltiglia sono i più indicati. Se invece serve un intervento rapido fra due piogge, l’idrossido rilascia rame più in fretta.
Per la disinfezione degli attrezzi di potatura, che è una pratica sanitaria fondamentale contro rogna dell’olivo, cancri e batteriosi, si usano soluzioni di solfato o prodotti disinfettanti specifici, mai l’ossicloruro, che essendo insolubile non è adatto allo scopo.
Limiti di legge e precauzioni d’uso
Il rame è un prodotto fitosanitario a tutti gli effetti e non un rimedio naturale di libero impiego. La sua distribuzione richiede il rispetto delle etichette, dei tempi di carenza e degli obblighi previsti dal D.Lgs. 150/2012 e dal Piano di Azione Nazionale, incluso il possesso del certificato di abilitazione, il cosiddetto patentino, per l’acquisto e l’impiego dei prodotti che lo richiedono.
Sul piano quantitativo esiste un vincolo europeo preciso: l’impiego di composti rameici come sostanze attive è limitato a un massimo di quattro chilogrammi di rame metallo per ettaro all’anno, con la possibilità di calcolare il rispetto del limite come media su un periodo di sette anni. Il vincolo si applica al rame metallo effettivamente distribuito, non ai chilogrammi di formulato: è per questo che leggere il titolo in etichetta è indispensabile.
La ragione della restrizione è ambientale. Il rame non si degrada: si accumula negli strati superficiali del suolo, dove a concentrazioni elevate risulta tossico per la fauna edafica, in particolare per i lombrichi, e per la microflora. Nei vecchi vigneti e oliveti trattati per decenni questo accumulo è misurabile.
Restano infine le precauzioni operative. Il solfato di rame è irritante e corrosivo, va maneggiato con guanti e occhiali e non deve entrare in contatto con recipienti metallici. Tutti i formulati rameici sono pericolosi per gli organismi acquatici e non vanno dispersi in corsi d’acqua né in fognatura. In regime biologico l’uso del rame è ammesso, ma con gli stessi limiti quantitativi e nel rispetto del Reg. UE 2018/848.
I riferimenti normativi aggiornati sono consultabili sul portale EUR-Lex, mentre approfondimenti agronomici indipendenti sono disponibili presso il CREA e nelle valutazioni dell’EFSA sulle sostanze attive.
Domande frequenti su solfato di rame e ossicloruro
Che differenza c’è tra solfato di rame e ossicloruro di rame?
La differenza sostanziale sta nella solubilità. Il solfato di rame pentaidrato, di colore blu, si scioglie completamente in acqua e libera subito tutti gli ioni rame, dando una soluzione acida e fitotossica che ustiona la vegetazione verde. L’ossicloruro di rame, verde-azzurro, è invece praticamente insolubile: si disperde formando una sospensione che aderisce alla superficie della pianta e cede il rame lentamente a ogni bagnatura. Ne deriva che l’ossicloruro può essere distribuito sulla vegetazione in atto e offre una protezione prolungata, mentre il solfato si usa neutralizzato con calce nella poltiglia bordolese, nei trattamenti a pianta spoglia o per disinfettare gli attrezzi.
Come si usa il solfato di rame per le piante?
Il solfato di rame per piante non va applicato tal quale sulla vegetazione verde, perché la soluzione è acida e provoca bruciature fogliari, necrosi e cascola. Gli impieghi corretti sono tre. Il primo è la preparazione della poltiglia bordolese, in cui il solfato viene neutralizzato con calce idrata e diventa insolubile e tollerato dalla pianta. Il secondo sono i trattamenti su piante in riposo vegetativo, alla caduta delle foglie o prima della ripresa, quando l’assenza di chioma riduce il rischio di ustione. Il terzo è la disinfezione degli attrezzi di potatura, pratica essenziale contro rogna dell’olivo, cancri e batteriosi.
Quali sono i sali di rame usati in agricoltura?
I sali di rame impiegati in agricoltura sono principalmente cinque. Il solfato di rame pentaidrato, solubile e acido, è la materia prima degli altri formulati. La poltiglia bordolese è il solfato basico che si ottiene neutralizzando il solfato con calce: insolubile, molto persistente e adesiva. L’ossicloruro di rame è insolubile, a cessione graduale, ed è il più usato in vegetazione. L’idrossido di rame ha particelle finissime, cede il rame più rapidamente ma resiste meno al dilavamento. L’ossido rameoso, rosso mattone, ha il titolo in rame metallo più alto e la persistenza maggiore, ed è tipico dei trattamenti di fine ciclo.
Il rame ha azione curativa sulle malattie già in atto?
No, e questo è il limite principale di ogni anticrittogamico rameico. Il rame agisce esclusivamente per contatto sulla superficie, non penetra nei tessuti vegetali e non raggiunge il micelio già insediato all’interno della foglia o del germoglio. La sua azione si esercita sulle spore che si depositano sulla pellicola rameica, impedendone la germinazione. Un trattamento eseguito quando i sintomi sono già visibili non ferma le infezioni in corso: interviene solo sulle successive. Per questo il rame va sempre distribuito in anticipo rispetto all’evento infettante, ripristinando la copertura dopo le piogge dilavanti.
Quanto rame si può usare per ettaro all’anno?
Il limite europeo fissa un massimo di quattro chilogrammi di rame metallo per ettaro all’anno, con possibilità di verificarne il rispetto come media su sette anni. Il conteggio riguarda il rame metallo effettivamente distribuito e non il peso del formulato commerciale, quindi occorre leggere il titolo dichiarato in etichetta per calcolare correttamente l’apporto. La restrizione nasce dal fatto che il rame non si degrada e si accumula negli strati superficiali del suolo, dove a concentrazioni elevate risulta tossico per lombrichi e microflora. Il limite si applica anche in agricoltura biologica, dove il rame resta ammesso ma contingentato.
Agrimag affianca al catalogo di fitosanitari e concimi il sistema di supporto decisionale Agrimag DSS, sviluppato da Spagro Srl, che integra previsioni meteo localizzate sull’appezzamento e modelli previsionali per le principali fitopatie italiane: uno strumento particolarmente utile con i prodotti rameici, la cui efficacia dipende dall’anticipo rispetto all’evento infettante e dal dilavamento. Dalla sede di Corato, in provincia di Bari, la distribuzione copre tutto il territorio nazionale, con formati da bancale per le quantità professionali.
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